Quattro chiacchiere con Giovanni Carnazza

Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico…
La mia passione per la musica in realtà nasce dall’odio: da piccolo mia madre mi costringeva a prendere lezioni di pianoforte quando l’unico mio desiderio era giocare con gli amici. A volte tornavo piangendo ma solo ora capisco quanto siano stati preziosi quegli anni. Poi sono passato a studiare chitarra elettrica con l’obiettivo di suonare in qualche falò sulla spiaggia conquistando la ragazza più bella. In realtà, è successo solo una volta (di suonare a un falò, intendo, e non di conquistare la ragazza più bella). Poi per problemi personali mi sono allontanato per tanti anni dalla musica e, quando ho deciso di riabbracciare questo mondo, quasi tutto era cambiato. Non esistevano più le prove in sala. La musica poteva essere creata soltanto grazie a un computer e con sonorità elettroniche che mi hanno immediatamente conquistato. Da lì, ho iniziato a studiare questo nuovo modo di fare musica, soprattutto nella veste di arrangiatore, produttore e fonico.

Raggiungere un proprio stile e identità, quanto è importante per un musicista?
Parlassimo in generale senza alcun riferimento al contesto che stiamo vivendo, ti risponderei “tanto”. In realtà, nel tipo di musica che sta andando oggi penso che la vera risposta sia “pochissimo”: funziona e viene pubblicizzato tanto ciò che è uguale a qualcosa di già esistente. Almeno questa è la mia impressione ascoltando la marea di uscite che ci sommerge ogni settimana. Detto questo, non riesco a fare musica in un’ottica di mercato e la ricerca di una mia cifra stilistica per me è fondamentale e se questo significa fare musica più di nicchia con meno visibilità ben venga lo stesso. Non riuscirei mai a tradire i miei ideali sia sotto il profilo musicale sia sotto quello umano e professionale.

Parliamo della tua ultima fatica, come nasce?
“Come poche cose al mondo” è praticamente il mio primo pezzo scritto a quattro mani. Nasce da un rincorrersi di proposte tra me e Lena A., cantautrice di Napoli che ho il piacere di seguire nella veste di produttore. Abbiamo già fatto un esperimento di questo tipo con “Tra le dita” che uscì lo scorso settembre a parti invertite. È bello creare qualcosa insieme a un’altra persona: significa che il mondo emotivo che si ha dentro è condiviso, che non si è mai davvero del tutto soli. E forse il tema della solitudine e della voglia di amare e di essere amati è il grande messaggio alla base di questa canzone. La canzone è nata in poco tempo così come l’arrangiamento dove mi sono confrontato costantemente con Lena A. La distanza non aiuta ma quando si è sulla stessa lunghezza d’onda lavorare su un brano diventa la cosa più naturale del mondo.

Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?

Nasco come persona molto ambiziosa e volitiva ma a queste due caratteristiche non antecedo mai l’arrivismo. Cerco di essere una persona corretta, trasparente e sincera in tutto quello che dico e che faccio. Sto portando avanti una battaglia sfrenata contro le playlist a pagamento così come a quelle pagine di recensione musicale che chiedono dei soldi in cambio di uno spazio nel loro format. Osservando tutto questo marciume, ho deciso insieme ad altre bellissime persone di mettere su una realtà discografica diametralmente opposta, dove le idee di umanità, di famiglia e di buona musica sono sopra qualsiasi calcolo economico. Sto parlando de Le Siepi Dischi, l’ennesima etichetta indipendente. E se proprio dovessi parlare di aspirazioni, mi piacerebbe molto riuscire a far sì che questa realtà possa dire la sua nel panorama musicale italiano così come vorrei che a questo si affiancasse la mia crescita in termini di produttore musicale. Non amo le luci della ribalta. Mi piace stare dietro le quinte. Osservare il lavoro fatto. Accorgermi degli errori e andare avanti cercando di migliorarsi.

Perché i nostri lettori dovrebbero ascoltare la tua musica?

Questa domanda è un po’ come chiedere a un cuoco: “perché dovrei assaggiare un tuo piatto?”. Mi immagino già la sua risposta: “tu intanto assaggialo e poi ne riparliamo…”. Ecco, direi che questa metafora calza a pennello. Direi ai vostri lettori: “provate ad ascoltarmi”. L’esperienza diretta è sempre meglio di quella indiretta. Quest’ultima, inevitabilmente, porta con sé già una rielaborazione personale e penso sia giusto che ognuno viva in prima persona la propria vita. Da questo punto di vista, l’ultimo anno che ci ha praticamente costretti la maggior parte del tempo a casa mi preoccupa tanto ma penso rappresenti solo l’acuirsi di una tendenza più lontana: l’allontanarsi dall’altro in termini fisici e il pensare al mondo virtuale come il vero mondo da vivere. Forse ho divagato un po’ ma penso davvero che l’esperienza diretta sia la cosa più preziosa che ci rimane e questo si applica anche alla musica. Poi non piacerà a tutti la canzone ma ben vengano le critiche. Senza di queste vivremmo una vita ancora più vuota.